martedì 8 gennaio 2008

Globalizzazione: sinonimo di progresso o di omologazione? Una panoramica sulla situazione attuale. E domani?

La globalizzazione, il leitmotiv dell’epoca che stiamo vivendo, permea di sé l’intero panorama attuale: dalla politica all’economia, dalla produzione ai commerci, agli scambi. Una grande eco che rimbalza da un angolo all’altro del cosmo e che sta rapidamente modificando consuetudini, metodi produttivi, relazioni internazionali. Quelli che un tempo potevano essere i problemi interni di uno stato o di una regione oltrepassano oggi confini geografici e politici. Ciò determina una serie di reazioni a catena, spesso destabilizzanti soprattutto a livello finanziario, difficili da arrestare.
Un impulso determinante a tale processo va ricercato nelle nuove scoperte tecnologiche e nel miglioramento dei trasporti.
I mercati finanziari sono più ravvicinati, il fenomeno dell’outsourcing (delocalizzazione dell’attività produttiva) interessa un numero sempre crescente di aziende, le culture e gli stili di vita di regioni distanti fra loro si sovrappongono: ecco il volto attuale della globalizzazione. Ma nel momento stesso in cui si corre il rischio di associare sempre più il termine globalizzazione a quello di omologazione, ecco emergere una nuova controtendenza, figlia della stessa globalizzazione, ma dal punto focale opposto: la rivalutazione del “local”. Grazie alle recenti applicazioni che il computer e l’informatica hanno avuto nel campo dell’informazione e della comunicazione è oggi possibile sottoporre all’attenzione mondiale questioni che, senza il massiccio utilizzo della rete Internet, sarebbero rimaste isolate. Tutto ciò determina la nascita di forme di aggregazione che coinvolgono persone o regioni fisicamente distanti ma accomunate dagli stessi problemi o dalle stesse caratteristiche.
A fronte di tale progresso e sviluppo, sta però divenendo sempre più netta la linea di demarcazione fra paesi ricchi e paesi poveri. Oggi non è più sufficiente mettere in atto una politica di assistenza e di aiuto nei confronti di quelli che vengono considerati i paesi in via di sviluppo. Non basta dotarli dei nuovi ritrovati informatici perché possano imboccare la strada che conduce al benessere, ma occorre investire sul capitale umano, dando avvio a processi di informazione e di educazione.
La globalizzazione porta oggi il mondo a parlare un’unica lingua, fatta di problemi comuni alla maggior parte dei paesi. Ed è proprio l’universalità delle questioni da risolvere che ci indica la strada da battere: occorre sensibilizzare tutti i popoli ai temi che occupano un ruolo primario all’interno dell’agenda globale: inquinamento, democrazia, pace.

Italia: il paradiso degli immigrati. Intervista ad un egiziano che vive a Roma da 3 anni.

Attualmente il numero di immigrati presenti in Italia sfiora i quattro milioni di persone, metà delle quali provengono da paesi appartenenti alla stessa Unione Europea. La presenza straniera nel nostro paese, croce e delizia del sistema socio-economico italiano, divide l’opinione pubblica: i trapiantati forniscono un’importante nonché fondamentale apporto al sistema lavorativo italiano ma avanza, al contempo, l’allarme sicurezza. I recenti atti criminali compiuti per mano di immigrati e gli atteggiamenti xenofobi degli italiani verso gli stranieri sottolineano l’importanza di mettere a punto importanti strategie di controllo, da un lato, e di integrazione, dall’altro.
Ma la situazione attuale come viene vista dall’occhio di coloro che, emigrati dal proprio paese di origine, cercavano una nazione in cui vivere meglio? Proviamo a rispondere a questa domanda con le parole di un ragazzo egiziano (dall’italiano pressoché impeccabile), immigrato nella nostra capitale da circa 3 anni.
Come mai hai deciso di lasciare il tuo paese per trasferirti in Italia?
Perché se fossi rimasto in Egitto avrei dovuto fare obbligatoriamente il servizio militare, della durata di 3 anni.
E tu non vuoi prestare il servizio di leva?Si, lo voglio. Ma per il momento preferisco lavorare.
Qual era la tua attività in Egitto?Studiavo giurisprudenza all’Università.
Come si vive in Egitto?Bene, ma è un paese in cui la vita costa molto.
Con ciò che guadagni riesci a mandare qualche soldo a casa?Si, poco, ma riesco a mettere da parte qualcosa da inviare alla mia famiglia.
Come mai hai scelto Roma come città nella quale trasferirti?Avevo un contatto con una persona che mi ha offerto un posto di lavoro in una pizzeria.
Perché molti scelgono di emigrare in Italia?Secondo me perché si può fare quel che si vuole. Io, per esempio, volevo lavorare e qui lo posso fare.
Hai fatto nuove amicizie in questi tre anni?No, le persone con cui passo il tempo sono le stesse che conoscevo già prima di trasferirmi in Italia, i miei compaesani. Ho stretto amicizia con pochi, anzi pochissimi italiani.
Hai mai notato atteggiamenti razzisti nei tuoi confronti?Si, c’è stato qualcuno che ha avuto comportamenti poco amichevoli nei miei confronti, ma non per questo penso che gli italiani siano un popolo di razzisti.
Quindi non è per questo motivo che non hai fatto nuove conoscenze.No, preferisco la compagnia delle persone che, come me, hanno lasciato l’Egitto per trasferirsi in Italia.
Ti senti integrato nel contesto italiano?Non credo di essermi integrato appieno e la nostalgia di casa a volte è davvero tanta.
Cosa ti manca di più del tuo paese?La mia famiglia.
Progetti per il futuro?Al momento attuale voglio rimanere qui per lavorare, ma non ho ancora fatto progetti a lungo termine. Se mi dovessi stancare della vita che conduco qui penso che tornerei a casa.
Nonostante si sia dimostrato subito disposto a rilasciare l’intervista, è emerso un atteggiamento reticente, talvolta contraddittorio. Atteggiamento che è subito cambiato nel momento stesso in cui ho riposto taccuino e penna. Continuando a chiacchierare è emerso un fortissimo attaccamento verso il suo paese ed una forma di ostilità verso l’Italia, luogo in cui non si sente a casa, non si sente integrato. Relativamente agli ultimi fenomeni di violenza, da un lato, e di razzismo, dall’altro, non esprime una posizione estrema e afferma: “Non si può fare di tutta l’erba un fascio. Non ci sono italiani buoni e stranieri cattivi. Ci sono solamente persone che, indipendentemente dalla nazionalità e dalla provenienza, hanno comportamenti che un paese democratico non può assolutamente tollerare. Penso che gli immigrati non possano permettersi di avere atteggiamenti violenti o comunque scorretti all’interno di un paese che li ospita, ma penso anche, al tempo stesso, che occorra agire per dare avvio ad un processo di integrazione più efficace. È sicuramente vero che molti, come me del resto, finiscono col crearsi una sorta di mini-comunità all’interno del paese ospitante, per avvertire meno la nostalgia di casa e della famiglia, per continuare ad avere le stesse abitudini e consuetudini di quando si abitava in patria. Tuttavia, se riuscissimo a sentirci più accettati, se la gente ci guardasse senza diffidenza, potremmo riuscire a sentirci davvero parte integrante di un paese che non è il nostro. Penso che la soluzione, come sempre, si collochi alla metà esatta di due estremità opposte: occorre solamente trovare il modo migliore per venirsi incontro. E noi restiamo in attesa che la popolazione e le autorità italiane muovano il primo passo, mettendo a punto programmi di integrazione a tutto tondo.”

Economia italiana: da dove cominciare? Malcontento e scetticismo aumentano: ci si sente sempre più poveri.

Pressione fiscale, debito pubblico, spesa statale, precariato, pensioni, sanità: questi i problemi che agitano la politica economica della nostra penisola. Tasti dolenti che contraddistinguono l’ormai nota realtà italiana, critiche che vengono instancabilmente mosse all’esecutivo di volta in volta protagonista sulla scena politica del belpaese.
Ma per quanto il risanamento dei conti pubblici sia un problema all’ordine del giorno, l’italiano medio è quotidianamente assillato dal terrore di non riuscire a sbarcare il lunario, dall’ipotesi sempre più reale di dover ricorrere a finanziamenti per far fronte perfino alle comuni spese giornaliere. Il cittadino italiano, fortemente sfiduciato nei confronti delle istituzioni, avverte un continuo disinteresse della classe dirigente verso i temi a lui realmente cari: salute, prezzi, lavoro, casa, scuola, sicurezza. E neppure i sostegni promessi dalla Finanziaria 2008 alle famiglie e alle persone più bisognose miglioreranno le condizioni di difficoltà in cui versano molti italiani.
Fin dall’introduzione della moneta unica europea, i cittadini hanno assistito impotenti alla progressiva diminuzione del potere d’acquisto reale dei salari e hanno puntato il dito contro l’azione dei Governi, gli unici potenzialmente capaci di controllare il livello del reddito nazionale e dell’occupazione. Accettata positivamente la sfida di entrare a far parte dell’Unione Europea, l’Italia non è tuttavia riuscita ad eguagliare gli standard dei maggiori paesi del continente: il risanamento del debito pubblico viene continuamente posticipato e la pesante pressione fiscale congiuntamente al livello netto dei salari (distante da quello lordo erogato) creano un diffuso malcontento.
Considerando utopistica l’idea di poter intervenire massicciamente ed efficacemente sulla miriade di problemi che costellano la realtà economica italiana, occorre che cittadini ed istituzioni affrontino insieme i problemi economici più scottanti. Pensare di poter risolvere le gravi questioni della nostra economia soprassedendo ai problemi pratici che milioni di italiani devono quotidianamente fronteggiare non consente però la loro definitiva risoluzione. Pur sapendo che il controllo dei prezzi è una misura estranea alla cultura economica moderna e liberista, occorre che le autorità si impegnino a vigilare sulle imprese, evitando che abusino della loro posizione nel fissare i prezzi.
I cittadini avvertono fortemente la necessità che la classe dirigente agisca in maniera tale da permettere loro di “riappropriarsi” del salario percepito. Questo l’obiettivo primario che ogni governo dovrebbe prefiggersi: consentire ai cittadini di poter spendere equamente i soldi guadagnati permettendo loro, in tal modo, di rinnovare la fiducia già espressa in sede elettorale, affinché ci possano essere i presupposti per lavorare ad un reale progresso economico del paese.

sabato 1 dicembre 2007

Watergate


Le famosissime fontanelle di Roma. Ma quante saranno in tutto? L'idea di trovare un nasone in ogni punto della città fa sicuramente comodo, ma quanti litri di acqua vengono sprecati ogni giorno? Se si provvedesse a fornire le fontane di erogatori? E poi, questi nasoni, saranno tutti indispensabili?

giovedì 29 novembre 2007

Dalla finestra di casa mia



Per non dimenticare.

sabato 24 novembre 2007

Tor di Quinto dopo l'uccisione di Giovanna Reggiani



Il video che abbiamo girato a Tor di Quinto dopo lo sgombero del campo rom.

martedì 20 novembre 2007

L'aborto selettivo in Cina

Di tutti i crimini commessi contro il creato e contro l'umanità questo è fra i più vergognosi (ogni commento è superfluo)!

Le immagini che seguono sono estremamente dure, ma è doveroso mostrarle perchè fatti così gravi non possono e non devono passare inosservati.

Il mondo deve sapere, la gente deve essere informata di quanto accade in Cina, di come possa disumanamente divenire normalità il disprezzo per la vita.

Una bimba appena nata giace morta sotto il bordo del marciapiedi, nella totale indifferenza di coloro che passano.

La piccina è solo un'altra vittima della politica crudele del governo cinese che pone il limite massimo di un solo figlio nelle città (due nelle zone rurali), con aborto obbligatorio.

Nel corso della giornata, la gente passa ignorando il bebè.

Automobili e biciclende passano gettando fango sul cadaverino.



Di quelli che passano, solo pochi prestano attenzione.

Le neonate fanno parte delle oltre 1000 bambine abbandonate appena nate ogni anno, in conseguenza della politica del governo cinese.
L'unica persona che ha cercato di aiutare questa bambina ha dichiarato: "Credo che stesse già per morire, tuttavia era ancora calda e perdeva sangue dalle narici."

Questa persona ha chiamato l'Emergenza però non è arrivato nessuno.

"Il bebè stava vicino agli uffici fiscali del governo e molte persone passavano però nessuno faceva nulla...
Ho scattato queste foto perchè era una cosa terribile...
I poliziotti, quando sono arrivati, sembravano preoccuparsi più per le mie foto che per la piccina..."
In Cina, molti ritengono che le bambine siano spazzatura.

Il governo della Cina, il paese più popoloso del mondo con 1,3 miliardi di persone, ha imposto la sua politica di restrizione della natalità nel 1979.

I metodi usati, però, causano orrore e sofferenza: i cittadini, per il terrore di essere scoperti dal governo, uccidono o abbandonano i propri neonati.

Ufficialmente, il governo condanna l'uso della forza e della crudeltà per controllare le nascite; però, nella pratica quotidiana, gli incaricati del controllo subiscono pressioni tali allo scopo di limitare la natalità, che formano dei veri e propri "squadroni dell'aborto".
Questi squadroni catturano le donne "illegamente incinte" e le tengono in carcere finchè non si rassegnano a sottoporsi all'aborto.

In caso contrario, i figli "nati illegalmente" non hanno diritto alle cure mediche, all'istruzione, nè ad alcuna altra assistenza sociale. Molti padri vendono i prorpi "figli illegali"ad altre coppie, per evitare il castigo del governo cinese.
Essendo di gran lunga preferito il figlio maschio, le bambine rappresentano le principali vittime della limitazione delle nascite.
Normalmente le ragazze continuano a vivere con la famiglia dopo il matrimonio e ciò le rende un vero e proprio peso.
Nelle regioni rurali si permette un secondo figlio, ma se anche il secondo è una femmina, la cosa rappresenta un disastro per la famiglia.

Secondo i dati delle statistiche ufficiali, il 97,5% degli aborti è rappresentato da feti femminili.
Il risultato è un forte squilibrio di proporzioni fra popolazione maschile e femminile. Milioni di uomini non possono sposarsi, da ciò consegue il traffico di donne.

L'aborto selezionato per sesso sarebbe proibito dalla legge, però è prassi comune corrompere gli addetti per ottenere un'ecografia dalla quale conoscere il sesso del nascituro. Le bambine che sopravvivono finiscono in precari orfanotrofi.

Il governo cinese insiste con la sua politica di limitare le nascite e ignora il problema della discriminazione contro le bambine.

Alla fine,un uomo raccolse il corpo della bambina, lo mise in una scatola e lo gettò nel bidone della spazzatura.